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Continuiamo
il viaggio fino a Borsa, ma prima ci fermiamo sul passo Prislop,
dove ogni anno la seconda domenica di agosto, cioè per noi
la domenica precedente, si tiene un tradizionale festival di musica
e danza popolare che raccoglie agli abitanti della zona. Sul passo
prendiamo quindi una birra in compagnia dei Carpazi.
A Borsa saliamo con la seggiovia fino a 1400
metri, d’inverno si scia. Io e Barbora ci sdraiamo sul prato,
ascoltando il silenzio, seguendo con lo sguardo le creste dei monti.
A Moisei ci separiamo dalla famiglia Rudeanu.
Loro avrebbero voluto portarci in giro anche il giorno seguente,
siamo onorati ma vogliamo continuare da soli. Ringraziamo e proseguiamo.
Con un passaggio arriviamo a Sacel, il primo villaggio della valle
dell’Iza. Lo percorriamo, e intanto vedo una casa bellissima,
un bambino è sulla porta, lo chiamo, gli chiedo se ci sia
la mamma. “Signora, possiamo vedere la sua casa?” -
“Perché?... volete vedere come sono le case del Maramures...”,
mi risponde ridendo.
La casa è stupenda. Integralmente in legno, con un alto tetto
spiovente fatto di tante piccole scaglie, l’interno è
diviso fra la cucina, dove dormono anche i bambini, ne contiamo
quattro, e la stanza principale. Questa non ha un centimetro libero,
tutta è ricoperta. Per terra tanti tappeti, di varie dimensioni,
che in parte si sovrappongono, molto colorati. Sulle pareti stoffe
fatte al telaio, ricamate con disegni di orsi, di cervi, di monti.
Il ritratto della natura qui. Mobili di legno, come di legno gli
oggetti. Il letto alto e avvolto da calde e grosse coperte con tutti
i colori dell’iride.
Continuiamo verso il centro. Ho sete, mi fermo
e chiedo ad una vecchia se mi può dare un po’ d’acqua
dal suo pozzo, da cui sta già tirando un secchio. Lo fa a
fatica, facendomi subito pentire della mia richiesta, le chiedo
cos’abbia, respira con difficoltà, ha l’asma
e gli occhi gonfi.
Le
ha fatto male l’aspirina che le ha dato il dottore, mi dice.
Le provo a dare una boccata del mio Ventolin anti-asma, non riesce
bene a prenderlo, ma mi sorride, ringrazia, dice di sentirsi meglio.
Salutiamo.
Arriviamo in centro. Chiediamo a delle persone dove possiamo dormire,
uno ci dice di aspettare, entra in un bar, esce, ci dice “ho
trovato, è una brava ragazza: una professoressa, sa il francese”.
Entriamo anche noi nel bar, quasi tutti sono contadini, sporchi
dalla giornata di lavoro. In mezzo a tanta virilità la ragazza,
Aurica, mi parla in francese, le spiego che so il romeno, ci dice
che possiamo stare da lei, senza problemi. Quando le chiedo quanto
voglia risponde che “non è per i soldi” che lo
fa, facendomi sentire un po’ in imbarazzo.
Andiamo a mangiare nel piccolo ristorante accanto. Finalmente Barbora
può assaporare la cucina romena dopo che da venti ore ne
è sul territorio.
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