Sarajevo 1998
 
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    Sarajevo 1998 (pag. 2/5)
 

Saraievo compare alla nostra vista quando la strada esce da una galleria. Mi colpiscono subito gli alti minareti, tanti. Poi ecco due grattacieli, ischeletriti, bruciati, e già noti.
Saraievo scorre sotto di noi. Il pullman la sfiora, correndo sul fianco della collina dove i cecchini serbi hanno fatto scuola. Saraievo ora si allontana, usciamo da Saraievo e arriviamo a Kula, un piccolo villaggio subito dietro la famosa collina. Dobbiamo ora prendere un taxi, lo prendiamo insieme a Nicola, fino alla sommità della collina, il confine, definito a Dayton nel ’95, fra la Repubblica Serba e la Federazione Croato-musulmana. C’è una sbarra arrugginita a margine della strada, ricordo di una frontiera di ferro, ora non c’è nessuno, nessun miliziano. Solo dei taxi, e il nostro tassista non va oltre, ci scarica e ci lascia al suo collega musulmano sul versante di Saraievo. La frontiera ufficialmente non c’è più, eppure qui tutti la conoscono centimetro per centimetro, e non osano passarla.

L’altro tassista ci prende in carico, gli diciamo l'indirizzo, ci porta, è in centro. La strada scende, e più ci avviciniamo al centro città più le case sono crivellate. Il tassista ci mostra, come farebbe un tassista romano ai turisti americani il Colosseo, i piccoli colossi di cemento sventrati. Noi, ammutoliti, non facciamo altro che guardare.
La casa di Dino sembra disabitata. È verniciata di fresco e i vetri di vernice sono ancora macchiati. Suono il campanello, sento qualcuno dietro. Apre la porta proprio Dino, lo saluto, lo abbraccio, è la seconda volta nella mia vita che lo vedo.
Dino è compagno di università, e grande amico, di mio fratello Franco, a Lione. Quando sono stato a trovare Franco, lui me l’ha presentato: “ti presento un ‘musulmano’ dagli occhi azzurri e capelli biondi”. Così, un po’ per scherzo, gli ho detto “ti verrò a trovare”. “Va bene, l’indirizzo ce l’hai”. Da allora non l’ho più sentito. Solo il giorno della partenza per Belgrado da Bucarest ho cercato di chiamarlo, ma è stato impossibile, ho così chiesto a Franco di farlo da Milano.

La casa che sembrava vuota è piena in realtà, con Dino c’è la sorella, i genitori e due signore in visita. Ci accomodiamo, c’è un po’ di imbarazzo. Le signore parlano con Nicola, io e Omer ci alterniamo alla doccia. Si parla della guerra, come se fosse quasi obbligatorio con degli stranieri.
Ogni tanto mi volto verso la finestra dietro di me. Enorme, a soli duecento metri, i resti del palazzo del governo, immenso e immobile, come un grande monumento astratto alla guerra. Poco sotto la casa di Dino, a metà strada dal palazzo del governo, il ponte che divideva serbi da musulmani, sul quale è stata immortalata, ora con una piccola targa di ottone, la prima vittima di questa guerra, una giovane ragazza bosniaca.

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