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Saraievo compare alla nostra
vista quando la strada esce da una galleria. Mi colpiscono subito
gli alti minareti, tanti. Poi ecco due grattacieli, ischeletriti,
bruciati, e già noti.
Saraievo scorre sotto di noi. Il pullman la sfiora, correndo sul
fianco della collina dove i cecchini serbi hanno fatto scuola. Saraievo
ora si allontana, usciamo da Saraievo e arriviamo a Kula, un piccolo
villaggio subito dietro la famosa collina. Dobbiamo ora prendere
un taxi, lo prendiamo insieme a Nicola, fino alla sommità
della collina, il confine, definito a Dayton nel ’95, fra
la Repubblica Serba e la Federazione Croato-musulmana. C’è
una sbarra arrugginita a margine della strada, ricordo di una frontiera
di ferro, ora non c’è nessuno, nessun miliziano. Solo
dei taxi, e il nostro tassista non va oltre, ci scarica e ci lascia
al suo collega musulmano sul versante di Saraievo. La frontiera
ufficialmente non c’è più, eppure qui tutti
la conoscono centimetro per centimetro, e non osano passarla.
L’altro tassista ci prende in carico, gli
diciamo l'indirizzo, ci porta, è in centro. La strada scende,
e più ci avviciniamo al centro città più le
case sono crivellate. Il tassista ci mostra, come farebbe un tassista
romano ai turisti americani il Colosseo, i piccoli colossi di cemento
sventrati. Noi, ammutoliti, non facciamo altro che guardare.
La casa di Dino sembra disabitata. È verniciata di fresco
e i vetri di vernice sono ancora macchiati. Suono il campanello,
sento qualcuno dietro. Apre la porta proprio Dino, lo saluto, lo
abbraccio, è la seconda volta nella mia vita che lo vedo.
Dino è compagno di università, e grande amico, di
mio fratello Franco, a Lione. Quando sono stato a trovare Franco,
lui me l’ha presentato: “ti presento un ‘musulmano’
dagli occhi azzurri e capelli biondi”. Così, un po’
per scherzo, gli ho detto “ti verrò a trovare”.
“Va bene, l’indirizzo ce l’hai”. Da allora
non l’ho più sentito. Solo il giorno della partenza
per Belgrado da Bucarest ho cercato di chiamarlo, ma è stato
impossibile, ho così chiesto a Franco di farlo da Milano.
La casa che sembrava vuota è piena in
realtà, con Dino c’è la sorella, i genitori
e due signore in visita. Ci accomodiamo, c’è un po’
di imbarazzo. Le signore parlano con Nicola, io e Omer ci alterniamo
alla doccia. Si parla della guerra, come se fosse quasi obbligatorio
con degli stranieri.
Ogni tanto mi volto verso la finestra dietro di me. Enorme, a soli
duecento metri, i resti del palazzo del governo, immenso e immobile,
come un grande monumento astratto alla guerra. Poco sotto la casa
di Dino, a metà strada dal palazzo del governo, il ponte
che divideva serbi da musulmani, sul quale è stata immortalata,
ora con una piccola targa di ottone, la prima vittima di questa
guerra, una giovane ragazza bosniaca.
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