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Tag: Omer

Sarajevo 1998

Sarajevo 1998

Il treno è di quelli come non ci sono quasi più. Stavolta ho preso un posto cuccetta, e così posso usufruire del conduttore di carrozza che mi dà lenzuola pulite e una coperta. Riesco anche a dormire. Alla frontiera questa volta, forse per il fatto che sono un passeggero di lusso, non fanno problemi, e il poliziotto serbo mi augura anche buon viaggio.

Arrivo a Belgrado alle nove e venti, con un’ora canonica di ritardo per il treno trans-balcanico (come l’anno scorso, come anche quest’anno poi al ritorno). Omer mi aspetta sul marciapiede di una stazione che per dimensione in Italia hanno solo le piccole città. Omer mi aspetta con la sua solita freddezza, neppure scaldata dal fatto che da molto non ci vediamo, e che ora ci incontriamo entrambi lontani da casa.

Compriamo i biglietti per l’autobus fino a Pale. Aspettiamo il nostro pullman parlando ad alta voce in italiano, sicuri del fatto che nessuno ci possa capire. “Ragazzi, siete italiani?” uno ci capisce. È Nicola, un ragazzo di Bari, con la ragazza a Timisoara, che è venuto a Belgrado per trovare degli amici. Qui ha vissuto un anno, ha fatto la sua tesi su uno scrittore serbo poco conosciuto, di cui ho naturalmente già dimenticato il nome. Ora lavora in un programma di aiuto nel quadro delle Nazioni Unite in un paese vicino a Saraievo, dove è anche lui diretto.

Il viaggio in autobus comincia. Io e Omer abbiamo molte cose da raccontarci, e la gente del pullman è forse un po’ stupita nel vedere due ragazzi stranieri diretti a Pale. Una ragazza dietro mi chiede, in italiano, se parlo inglese, le dico di sì. Per ora finisce lì il nostro dialogo.

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Mosca millenovecentonovantasei

Mosca millenovecentonovantasei

25. VIII. 1996

In volo sull’Europa. Ore 17:05. Il viaggio è ufficialmente iniziato. Il volo di linea Aeroflot su286 è bellissimo: fa schifo. L’Iluscin-86 visto da dentro sembra avere decenni di vita, in pratica non hanno mai rifatto gli interni. I sedili sono sfondati, e i tessuti, logori, puzzano di vissuto umano. L’altoparlante gracchia. Ma d’altronde non posso non essere contento: non cercavo proprio questo?

Ero seduto, ovviamente lato finestrino, con due ragazze russe di fianco. Bella lì, ho pensato, ora faccio un po’ di conversazione ostellante… arriva una terza e iniziano a confabulare fra loro. Ad un certo punto l’arrivata si rivolge a me dicendo, «scusi… signore-parla-italiano?». Io, esaltato, «Sì!», «allora possiamo fare cambio posto?»… per la mazzata che ho preso l’aereo ha un rollio di 30°. Così per stare vicino alle amiche mi sbatte in business class  (che non cambia un cazzo dall’economy: socialismo reale) a fianco di altre due ragazze russe: Susha di otto anni e Ina di sette, entrambe di Tula. Ma di bambini l’aereo è pieno, ce ne sono almeno duecento, sono quelli che vengono a passare le vacanze in una famiglia italiana.

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